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L'opinione
27-07-2012 Iran: la complessità del negoziato in un quadro islamico in movimento

Ambasciatore Angelo Travaglini
Il negoziato tra l’Iran e il gruppo dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza più la Germania (5+1) continua a non produrre i risultati sperati. Tre sono stati gli incontri tra le due delegazioni svoltisi negli ultimi tre mesi in tre diverse sedi: Istanbul (aprile), Bagdad (maggio) e per ultimo Mosca (giugno), secondo un rituale tipico di questo negoziato che obbliga i partecipanti a fare un piccolo giro del mondo in presenza di ogni scadenza programmata. La ragione di ciò risiede nel desiderio iraniano di evitare che i colloqui abbiano luogo in una sede (Ginevra) ritenuta poco “invitante” dal punto di vista degli interessi della Repubblica islamica.

L’Iran fa il primo passo
Molto si è scritto sulle risultanze scaturite dagli incontri. Pressoché unanime è l’opinione che il negoziato stia inesorabilmente approdando verso uno stallo insormontabile. Non si è però evidenziato il particolare, di non secondaria importanza, che, in occasione degli ultimi incontri, soprattutto in quello di Mosca, la parte iraniana abbia accettato, diversamente da quanto prodottosi nei round precedenti, di discutere in merito al proprio programma nucleare senza porre precondizioni. Al punto che all’indomani della riunione moscovita si è raggiunto un accordo perché contatti a livello tecnico avessero luogo tra le due parti in un incontro successivamente svoltosi a Istanbul, dagli esiti complessivamente non sfavorevoli, cui ne seguirà un altro prima della fine di luglio nella stessa sede tra i vice-responsabili delle due delegazioni.
Tutto questo avviene mentre l’Unione europea ha formalizzato la decisione che tutti i 27 Paesi membri debbano bloccare qualsiasi importazione di petrolio e gas iraniani a partire dal 1° luglio, all’indomani di ulteriori sanzioni USA di fine giugno con le quali si prevedono penalità severissime verso quei Paesi e quegli enti “colpevoli” di continuare a importare prodotti energetici dall’Iran o di stipulare transazioni con la Banca centrale iraniana (anche se le esenzioni, “transitorie”, concesse da parte americana riguardano Paesi quali Cina, India, Sud Africa e Turchia, tradizionali cospicui importatori di grezzo e gas iraniani). Tutto questo, beninteso, come corollario a quattro precedenti round di sanzioni inflitte all’Iran dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Lo squilibrio nella trattativa
Cosa dimostra tale concatenazione di eventi? In primis il desiderio iraniano e dei 5+1 di non rompere il negoziato e di mantenere in vita la relazione seppur problematica. Quel che merita attenzione è la volontà di Teheran di proseguire il dialogo e di evitare un catastrofico sbocco militare, nonostante lo squilibrio obiettivamente esistente tra le condizioni poste dalle due parti a Mosca per uno sblocco della trattativa. In effetti, se a Teheran veniva richiesto di sospendere immediatamente e in toto il processo di arricchimento dell’uranio, di trasferire tutto lo stockpile arricchito fino al 20% fuori dal Paese, nonché di smantellare completamente la centrale di Fordow, non lontano dalla città santa di Qom, la controparte occidentale non riteneva di accedere alla principale richiesta iraniana, ovverossia la sospensione delle pesantissime sanzioni economiche e finanziarie, unilateralmente imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, che colpiscono la massa della popolazione iraniana, principale vittima delle misure punitive. In concreto, quel che gli iraniani avrebbero ottenuto in cambio dell’accettazione di quanto loro richiesto sarebbe consistito - oltre che in un vago impegno di assistenza energetica - nella fornitura di pezzi di ricambio per la disastrata aeronautica civile nazionale e il ripristino della copertura assicurativa a favore del naviglio di esportazione del grezzo e del gas iraniani, in direzione dei mercati asiatici.
La discrasia in termini di impatto appare evidente e può spiegare le persistenti difficoltà del negoziato che comunque prosegue, a riprova della volontà di tutti, fatta forse eccezione per gli ambienti più intransigenti israeliani, di evitare una cruenta via d’uscita che avrebbe effetti devastanti non solo sul sistema economico internazionale, già fiaccato dalla grave crisi che lo attanaglia, ma ancor di più su un’area islamica dove hanno luogo mutamenti di rilevantissima portata, dal Marocco all’Egitto, senza parlare della guerra civile che insanguina da più di un anno la Siria, in ordine alla quale si assiste a una confrontation diplomatica tra Stati Uniti e Russia riecheggiante i tristi tempi della Guerra Fredda .

L’opportunità della scelta diplomatica
L’affermarsi, in un processo efficacemente sostenuto dall’Amministrazione Obama dei movimenti islamici in gran parte delle entità arabe, fatta, per il momento, eccezione per l’Algeria, anch’essa tuttavia scossa da spinte destabilizzanti, e l’aggravarsi della crisi siriana dove si assiste a uno scontro implacabile tra la maggioranza sunnita, appoggiata dall’Arabia Saudita e dagli emirati del Golfo, e la minoranza alauita, di matrice sciita, al potere a Damasco, hanno indubbiamente comportato una meno impattante visibilità delle tensioni inerenti al dossier iraniano. Il pericolo di uno sbocco militare resta comunque incombente. Ad allontanare questa ipotesi rimangono, oltre all’aggravarsi del dramma siriano, le reticenze americane, avallate da ambienti del Pentagono e dalle stesse agenzie dell’intelligence statunitensi, concordi nel manifestare seri dubbi sull’asserita natura militare del programma nucleare iraniano, il quadro inquietante nel finitimo Iraq, teatro di un conflitto latente, che potrebbe esplodere tra le componenti sunnita e sciita e, infine, i pericoli che si annidano nella vasta area afghana e pachistana dove la lotta al radicalismo islamico, il vero nemico mortale dell’Occidente, registra un andamento non favorevole; tanto più preoccupante ove si pensi al momento quando il grosso del corpo di spedizione occidentale lascerà l’Afghanistan, realtà dove, fin da ora, le forze talebane controllano di fatto una larghissima parte del Paese.
Pensare dunque a un attacco contro l’Iran in un contesto così agitato e in preda a convulsioni del genere sarebbe “suicida” ed esporrebbe l’Occidente a contraccolpi di gravissima portata. Ciò non esime da una giustificata apprensione, a fronte anche di un’impressionante accrescersi dell’hardware militare americano nel Golfo, avente verosimilmente lo scopo di placare l’alleato israeliano, in ordine agli sviluppi di una crisi dal cui esito, a sentire i vertici politici a Tel Aviv, dipenderebbe addirittura la stessa esistenza dello Stato ebraico.

Gli effetti aggreganti della Primavera araba
Gli eventi prodottisi nell’universo arabo rivestono un rilievo assoluto. Si assiste, in effetti, a un avvicinamento tra le aspirazioni emananti dal profondo del corpus sociale e le elite al potere. I nuovi “reggitori” appaiono verosimilmente meno in distonia con i valori fondanti delle identità alla base della realtà arabo-islamica. Quali che siano le conseguenze del sanguinoso conflitto siriano e gli sviluppi della delicata fase che sta vivendo l’Egitto, l’assetto che tende a prefigurarsi, in un processo di affermazione dei valori di democrazia seppure molto fragile, rappresentano un’evoluzione irreversibile con la quale l’Occidente e l’Europa dovranno da ora in poi confrontarsi. Dal modo in cui tale nuova sfida sarà affrontata dipenderà in buona misura lo stesso esito della lotta ingaggiata contro il terrorismo islamico che al momento sembra avvantaggiarsi di scelte mal concepite e preparate quali l’attacco alla Libia che, se ha portato alla scomparsa di un regime dispotico, ha comportato nondimeno di esporre il Paese mediterraneo in un contesto di gravi divisioni tribali, alla penetrazione delle frange islamiche più estremiste, destabilizzando in itinere le vulnerabili entità africane del Sahel, dove si assiste all’espandersi della piovra terroristica di Al-Qaeda e dei suoi affiliati, ormai saldamente istallatisi negli sconfinati spazi del nord Mali. 
Incerto appare il quadro dei rapporti che potrebbero delinearsi tra la leadership sciita iraniana e i nuovi soggetti delle leadership arabe. La diversa matrice religiosa complica indubbiamente il crearsi di un rapporto di interazione positiva. E la conflagrazione attualmente in corso in Siria costituisce un ostacolo apparentemente insormontabile in tale ottica. Il regime di Bachar-al Assad continua a essere sostenuto da Teheran mentre all’opposto la composita galassia sunnita, dove allignano frange vicine ad Al-Qaeda, in implacabile guerra contro il potere alauita, fruisce del sostegno, fondato su affinità tribali e religiose, dell’Arabia Saudita.
I rapporti di Riyad con l’Iran hanno registrato da tempo un sensibile peggioramento, alimentato non solo dalla storica rivalità sul piano politico e religioso tra i due governi, ma anche dai sommovimenti in essere nello stesso regno wahabita, sede nelle sue regioni orientali di una cospicua minoranza di fede sciita, e dalla rivolta che destabilizza la minuscola entità di Bahrein, retta da un’oligarchia di fede sunnita, vicina alla monarchia saudita, contestata apertamente dalla maggioranza sciita residente nel minuscolo regno.
Ma se questo è vero è anche vero che Paesi finora governati da despoti compiacenti verso l’Occidente e quindi ostili verso l’Iran (Mubarak in Egitto e Ben Ali in Tunisia in primis) e ora retti da leadership in maggiore sintonia col sentire profondo delle comunità che rappresentano, non avrebbero alcun interesse a perpetuare una relazione di ostentata avversione verso Teheran; ergo, non vedrebbero di buon occhio (se non altro per i contraccolpi sul piano interno) una difesa degli interessi israeliani che includesse un’aggressione militare contro un Paese islamico, seppur facente parte di un alveo religioso diverso. Il clima differenziato rispetto al passato in procinto di istaurarsi tra Egitto e Israele, nonché la contiguità politica esistente tra lo schieramento dei Fratelli musulmani e l’emirato del Qatar, fautore, a differenza dei sauditi, di un rapporto più dialogante con l’Iran, fanno capire che i mutamenti intervenuti nel contesto arabo non vanno in una direzione favorevole a Tel Aviv, mentre si rivelano tutt’altro che mal auguranti per gli interessi iraniani.

La diffidenza condivisa verso l’Occidente
Sarà interessante verificare l’evoluzione di un rapporto tra famiglie islamiche diverse, accomunate in ogni caso, questo è il dato nuovo, da una condivisa diffidenza verso l’Occidente; al quale si rimprovera una politica di “double standard”, che trova la sua esemplificazione più illuminante nel mai risolto conflitto arabo-israeliano, nonché nel diverso trattamento riservato all’Iran rispetto a quello riservato a Israele in merito al dossier nucleare. L’Iran è parte del Trattato di non-Proliferazione nucleare, mentre Israele ne è fuori. Teheran porta avanti un processo di arricchimento dell’uranio ammesso e riconosciuto dal suddetto Trattato, diritto cui non intende in alcun modo rinunciare, del quale si avvalgono peraltro altri Paesi nella stessa situazione dell’Iran (Giappone primo fra tutti); senza tralasciare il particolare che l’unica Potenza in Medio Oriente in possesso dell’arma atomica è Israele la cui politica di “ambiguità nucleare” non cela il fatto che lo Stato ebraico disponga di più di 200 testate atomiche dall’indiscusso impatto in termini di deterrenza. E che dire di una realtà pericolosamente destabilizzata e destabilizzante come il Pakistan, dove germina il terrorismo islamico, anch’esso al di fuori del suaccennato Trattato, alleato degli USA nella lotta al terrorismo? Dove fino alla sua morte risiedeva indisturbato un certo signore dal nome di Osama Bin Laden?
Tali discrasie sono alla base dell’alto grado di impopolarità di cui patiscono le scelte politiche dell’Occidente presso le masse arabo-musulmane; come del resto confermato da indagini demoscopiche condotte da rispettabili organismi americani come la “Brookings Institution”. La riluttanza di Washington e anche dell’Unione europea ad avallare iniziative militari di Tel Aviv contro l’Iran tiene indubbiamente conto di tali fattori. L’appoggio, non ostentato ma efficace, fornito dalla Casa Bianca, in sintonia con la Turchia del Primo Ministro Erdogan, agli schieramenti islamici nella riva sud del Mediterraneo, asseconda una realtà in profonda evoluzione dove frustrazioni e delusioni hanno raggiunto livelli esplosivi di preoccupante livore.

Il negoziato non è ultimatum

Tornando all’Iran, occorre dire che l’approccio, nella sua essenza tuttora confrontational, tenuto dall’Occidente non potrà mai portare al conseguimento degli obiettivi perseguiti, id est ottenere la rinuncia iraniana al proprio diritto adelevare la soglia di sfruttamento dell’energia nucleare. La strategia del “prendere o lasciare” non ha mai funzionato in un negoziato che si definisca tale nella misura in cui esso cerchi di reperire una soluzione di compromesso, che tenga ragionevolmente conto delle esigenze delle parti in confronto. Una nazione dal millenario passato come l’Iran non potrà mai - e lo studio della sua storia, antica e recente, lo conferma - piegarsi di fronte ad atteggiamenti dalle movenze punitive. Quel che inoltre non si capisce è come non si prenda coscienza nelle cancellerie occidentali che un simile comportamento agevola da una parte il rafforzamento di quegli ambienti dell’establishment clericale sciita, intrisi di bigottismo politico e culturale, meno propensi a un dialogo con le “Potenze demoniache” e un indebolimento dall’altra di quei settori, laici e religiosi, desiderosi di favorire una liberalizzazione del sistema politico iraniano. A riprova di ciò, basterebbe ricordare il fallimento dell’accordo di compromesso dell’ottobre 2009 con il Gruppo dei 5+1, auspicato dallo stesso Presidente Ahmadi-Nejad, e respinto, oltre che dai vertici religiosi, anche dallo schieramento riformista in una chiara manifestazione di come il dossier nucleare figuri ormai come una vera e propria questione di orgoglio e dignità nazionali. Le radici islamiche sono profonde in Iran, ma quelle attinenti alla propria millenaria identità lo sono ancor di più.
Un approccio basato su ricorrenti e minacciose pressioni, umilianti intimidazioni e perfino sulla sistematica fisica eliminazione degli scienziati impegnati nel programma di arricchimento si rivelerà controproducente nella misura in cui rafforzerà le pulsioni nazionalistiche in una realtà mal compresa, dove fortissimo è il rifiuto che l’Iran torni a essere, come in passato, un’entità debole e sfruttata, vittima dei diktat altrui. Dove - è opportuno rilevare - le aspirazioni popolari, anche quelle di maggiore libertà e democrazia, si muovono in larghissima misura lungo i binari tracciati dai valori dell’islam sciita. E in questo l’entità iraniana si differenzia dall’Egitto e da altre realtà islamiche.


Verso una soft diplomacy
Riesce altresì problematico capacitarsi di come non si prenda in considerazione un atteggiamento verso quel Paese che, non prescindendo da un maggiore senso di rispetto, cerchi attraverso i canali della soft diplomacy di sfruttare al meglio le divergenze esistenti in seno alla piramide di potere a Teheran. Si tratta del sentiero sicuramente più scorrevole, suscettibile di favorire la desiderata evoluzione in senso liberale della società iraniana; una politica che potrebbe altresì avvalersi del clima istintivo di simpatia riscontrabile presso non trascurabili fasce della popolazione iraniana verso gli Stati Uniti, visti come un alleato obiettivo in una realtà che ha dovuto fare i conti nei secoli passati con il detestato colonialismo britannico e con una vicina Russia, destinataria da sempre di sentimenti di diffidenza e sospetto, quali che siano le obiettive convergenze di interessi, al momento in via di rafforzamento; senza omettere il clima certamente non benevolo emanante dall’universo sunnita che circonda nella regione di appartenenza l’Iran sciita.
Una spiegazione di tale assurda situazione potrebbe risiedere nei condizionamenti posti da Israele, al punto che sarebbe legittimo chiedersi se il vero pericolo cui si sente esposto l’Occidente riguarderebbe in misura maggiore l’eventualità poco rassicurante di iniziative belliche di Tel Aviv piuttosto che un programma iraniano di arricchimento dell’uranio ai suoi inizi, in ordine al quale, come già detto, le stesse Agenzie dell’intelligence statunitense manifestano seri dubbi sulla plausibilità di un suo intrinseco carattere militare.

Il ruolo dei paesi emergenti
Né si può omettere il particolare, tutt’altro che ininfluente, che la Repubblica islamica fruisce sul piano internazionale del sostegno, non ostentato ma non meno incisivo, in via di consolidamento, delle Potenze emergenti quali quelle facenti ora parte del cosiddetto BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud-Africa), unanimi nella loro opposizione alle sanzioni unilateralmente imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione europea, alla luce se non altro dei cospicui interessi economici e commerciali che li legano alla Repubblica islamica, cui non intendono rinunciare. Inoltre, l’Iran svolge un ruolo di tutto rilievo in seno al Movimento dei non-Allineati, cui aderiscono più di 120 Paesi, al punto che Teheran ospiterà alla fine di agosto un summit dell’Organizzazione in esito al quale dovrebbe assumere la Presidenza del Movimento.


L’approccio svedese al negoziato

Il dossier iraniano resta gravido di incognite per la pace e la stabilità del mondo ove esso dovesse registrare nel prossimo futuro un’involuzione che non è negli auspici di nessuno augurare. Nemmeno per Israele dove, in un clima politico interno tutt’altro che rasserenato, non mancano qualificate voci discordanti, che si rendono interpreti di perplessità su una conduzione della complessa trattativa rivelatasi obiettivamente perdente.
Gli sbocchi inerenti alla guerra civile siriana comporteranno inevitabilmente effetti sull’evoluzione del quadro delle relazioni tra l’Iran e l’Occidente, alla luce delle profonde connessioni esistenti tra le due aree di crisi. Lo stesso atteggiamento della Russia in materia, finora cautamente critico delle scelte occidentali, potrebbe perdere i tratti di prudenza ove un rovesciamento di regime a Damasco venisse visto a Mosca come un grave colpo ai suoi interessi nella regione. Ciò fa capire come la posta in gioco e i correlati pericoli, perdurando nel tempo lo stallo, tendano ad accrescersi, anche in presenza di delicate scadenze quali le ormai prossime elezioni americane dove la questione iraniana figura come uno degli aspetti di rilevantissima incidenza sul piano politico.
Un utile punto di riferimento potrebbe al riguardo essere costituito dall’approccio equilibrato e misurato osservato dalla diplomazia di un Paese di evoluta democrazia quale la Svezia, che, sulla base di esperienze positivamente condotte nell’area medio – orientale, ha più volte richiamato l’attenzione delle parti sulla concreta possibilità di uno sbocco diplomatico, attraverso un dialogo privo di toni ultimativi, comprensivo delle rispettive sensibilità.                 
Tale esempio, seguito da altri Paesi europei, nordici e non, meriterebbe a nostro avviso un’appropriata attenzione nella visione di un negoziato che risente purtroppo di muri di diffidenza divenuti di assai problematico superamento, dopo più di trent’anni di assurda emarginazione della nazione iraniana.

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