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Area: Economia e Società
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28-02-2012
L'inchiesta. A piccoli passi

DevelopMed pubblica la sua inchiesta sui servizi piemontesi per l'internazionalizzazione delle MPMI e il potenziale del Mediterraneo. "Allargare la platea dei potenziali investitori dovrebbe diventare la priorità di chi si occupa del benessere economico e sociale del nostro paese".

L'ingegner Berkol è un uomo corpulento dai modi gentili e dalla risata facile. Nella sua parlata si individua facilmente un marcato accento straniero, contraddetto però dalla cura con cui sceglie le parole: “dobbiamo impegnarci per far crescere le nostre imprese, per risollevare questa nostra Italia”. Quel “noi”, ripetuto varie volte, si riferisce, oltre alla sua, a tutte le micro, piccole e medie aziende italiane, e sottolinea la consapevolezza delle loro enormi potenzialità, così come delle debolezze che l'intero comparto sta attraversando.

Quando discute delle misure per favorire la crescita dell'economia, Berkol, presidente e CEO della Blue Engeneering, sa bene di che cosa parla: l'azienda, con sede a Torino, è a capo del Blue Group, ha sedi in mezza Italia, Francia e, da poco, investimenti in Turchia. È una delle quasi 23.000 imprese italiane con partecipazione di varia natura all'estero, più di 2000 solo in Piemonte.[1] A Bursa, il più grande distretto industriale del Medio Oriente, la Blue Engeneering ha cominciato ad operare nel 2009 per assicurarsi un'importante commessa nel settore ferroviario.

“Ormai le aziende non si spostano più solo per inseguire processi produttivi meno dispendiosi”. Giovanni Pischedda, responsabile del settore estero dell'area sviluppo e promozione della Camera di Commercio di Torino, spiega così un importante cambiamento avvenuto di recente nelle dinamiche imprenditoriali globali. L'era della delocalizzazione, una delle parole d'ordine del business degli ultimi due decenni, pare tramontata. “Oggigiorno le aziende si spostano principalmente per due motivi: per seguire un partner più grosso come subcontractor, o per mettere piede in nuovi mercati”. In entrambi i casi, i processi di internazionalizzazione rispondono a logiche più articolate e complesse del mero risparmio produttivo (che andava, spesso, a scapito della qualità). L'internazionalizzazione, quindi, come sottolineano vari studi recenti,[2] è fortemente legata all'esportazione. Soprattutto per i nostri competitors europei: “uno dei motivi che hanno consentito alla Germania di diventare il terzo, il secondo o il primo (a seconda dei comparti) Paese esportatore al mondo è stata la capacità di espandersi in termini di esportazione e internazionalizzazione nei mercati dell’Est Europa”, ha illustrato Giancarlo Gianna, presidente di SIMEST (Società Italiana per le Imprese all'Estero, azienda controllata al 76% dal Ministero per lo Sviluppo Economico e che si occupa di promuovere lo sviluppo delle aziende italiane all'estero), durante un convegno organizzato da PROMOS, a Milano, lo scorso dicembre. L'incontro sanciva la nascita del Centro Euro-mediterraneo di Sviluppo per le Micro, Piccole e Medie Imprese con la firma dei primi memorandum d'intesa da parte di alcuni partner della sponda sud. Il centro è promosso dalla Camera di Commercio di Milano – Promos, sotto l’egida del Governo italiano, con il sostegno della Commissione Europea e della BEI e in raccordo con il Segretariato di Barcellona dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), e punta proprio a sostenere le imprese italiane nel processo di internazionalizzazione nell'area del Mare Nostrum. Ciò che l'Est Europa è stato per la Germania, passata in poco più di vent'anni da paese in difficoltà a essere la locomotiva industriale del continente, conclude Gianna, potrebbe diventarlo il Mediterraneo per il Belpaese. “Noi dobbiamo ragionare, perché è interesse comune dell’Italia e di tutti i paesi della sponda Sud del Mediterraneo, su di un rapporto di interscambio forte sotto questo profilo”.

PMI e Mediterraneo

L'Italia e il Sud del Mediterraneo (la cosiddetta area MENA – Middle East and North Africa), infatti, hanno già ora strettissimi rapporti economici. Il nostro paese è il primo in Europa per interscambio commerciale totale (la somma di import ed export) con questa regione (tale valore è raddoppiato negli ultimi dieci anni, passando da 32 mld. di euro del 2001 a 63 mld nel 2010, con prospettive di crescita a 83 mld entro il 2013[3]), anche se cede il passo ai suoi competitors europei a livello di investimenti diretti esteri e di esportazioni manifatturiere. A fare la parte del leone nell'interscambio commerciale sono, infatti, gli approvvigionamenti energetici (43% del totale nel 2010, 27,4 mld di euro), al netto dei quali l'Italia è solo terza (dietro Germania e Francia) per quantità di beni e servizi commerciati.[4]

A stupire però è soprattutto il basso livello di investimenti diretti esteri e di internazionalizzazione da parte delle imprese italiane nella regione, in particolare in considerazione del fatto che il tipo di struttura produttiva italiana, basata fondamentalmente su piccole e medie imprese, potrebbe adattarsi a meraviglia ai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Da cosa dipende questo gap fra alto livello di interscambio e bassa quantità di investimenti? E, soprattutto, quali sono le strade che gli attori in campo hanno intrapreso o stanno progettando di intraprendere per colmare tale divario?

La domanda si pone con particolare insistenza alla luce degli eventi che hanno scosso – e stanno scuotendo – l'intera regione: nei prossimi mesi molti dei paesi dell'area dovranno decidere che tipo di modello economico-industriale sviluppare e, soprattutto, con che paesi avviare rapporti economici più stretti. Un'occasione imperdibile per le imprese italiane e piemontesi, che proprio per la loro struttura “snella” potrebbero essere avvantaggiate nella competizione con imprese di altri stati europei. “Chi si concentra solo sulle commesse dei gruppi più grossi, infatti, rischia di rimanere fermo lì”, osserva Hamdi Osman, Presidente e CEO della Solitaire Intl, azienda che offre servizi di consulenza economica in tutta la regione MENA. “Chi promuove le piccole imprese, invece, raggiunge spesso risultati più diffusi”. Secondo Osman, ciò che manca alle nostre aziende per ottenere risultati soddisfacenti è riassumibile in due condizioni fondamentali: “La prima è più audacia. Ad alti rischi corrispondono grosse opportunità”. Attendere che la situazione si stabilizzi, quindi, potrebbe essere controproducente, perché si rischia di andare a competere, poi, con attori radicati da più tempo e che hanno avuto il “merito” di investire nel paese in questione in un momento più difficile, e non a giochi fatti. La seconda parola d'ordine, invece, “è maggiore aggressività nel branding del marchio-Italia. I prodotti italiani sono famosi negli USA e in Europa, meno nel caso dei paesi arabi”. Per fare questo, conclude Osman, occorre uno sforzo delle istituzioni, in grado di porsi come capofila solidi e credibili di migliaia di piccole aziende.

Il Piano della Regione

Scendendo dal livello nazionale a quello regionale, i dati mostrano che i paesi MENA hanno assorbito, nel 2010, il 5,4% delle esportazioni piemontesi (circa 1,86 mld di euro), quasi lo stesso valore (5,5%) dell'Asia Orientale (che comprende la Cina ma non il Giappone).[5] Si tratta di numeri importanti, ma anche in questo caso si notano forti scompensi fra esportazioni e livello di penetrazione delle aziende italiane nei paesi in questione: nel 2009 si contavano 70 imprese a capitale italiano nell'area MENA (55 in Nord Africa e 15 in Medio Oriente) contro le 179 in Asia Orientale (comprendendo, in questa statistica, il Giappone) e le quasi 250 dell'America Centrale e Meridionale. Anche l'analisi delle serie storiche mostra i limiti dell'economia regionale piemontese: negli anni 2003-2009, le aziende a capitale piemontese nell'area MENA sono passate da 61 a 70 (+14%). Nello stesso periodo, la regione Lombardia ha incrementato la sua presenza nella stessa regione del 32% (passando da 170 a 223 imprese).[6]

Il livello regionale è una delle dimensioni fondamentali per capire e promuovere l'internazionalizzazione: se, infatti, è pur vero che l'internazionalizzazione è l'apertura verso un mercato globale caratterizzato da enormi differenze culturali e grandi distanze, i primi passi vengono sempre e comunque gestiti a livello locale. Soprattutto nel caso di MPMI, il sostegno delle istituzioni e delle associazioni di categoria nel processo di internazionalizzazione è fondamentale. Informazioni, contatti, marketing: tutti fattori indispensabili per avviare un processo di investimento all'estero e che avrebbero costi proibitivi per le singole aziende che dovessero partire da zero. Le imprese piemontesi – e torinesi in particolare – hanno in questo senso un forte aiuto da parte di associazioni di categoria, enti camerali e istituzioni locali.

Il mondo politico, soprattutto a livello locale, si sta muovendo con decisione in questa direzione. È di questi giorni la notizia della presentazione del Piano per l'Internazionalizzazione delle Imprese Piemontesi a opera della Regione Piemonte e di Unioncamere. Il progetto prevede un investimento iniziale, nell'arco dei prossimi tre anni, di 20 milioni di euro, equamente suddivisi fra i due partner, e un piano d'intervento su cinque filoni principali: multivoucher (contributo o fondo di garanzia per l'acquisto di beni e servizi), progetti integrati di filiera, progetti integrati di mercato, progetti che coinvolgono singole imprese e ijv (International Joint Venture, NdR) parternship (conclusione di equity partnership e di equity joint venture tra imprese piemontesi e di altre regioni o paesi). I vari tipi di intervento saranno soggetti a concertazione sostanziale e le linee guida dei vari programmi di sostegno alle aziende saranno decise di volta in volta dai soggetti coinvolti. Le prime misure verranno comunicate nelle prossime settimane. Oltre agli investimenti nel settore industriale, un occhio di riguardo verrà dato anche allo sviluppo dell'internazionalizzazione dei servizi, in particolare del turismo.

I servizi alle aziende

Anche il lavoro di enti camerali e associazioni di categoria è molto attivo nel sostegno alle aziende. La CNA, la Camera di Commercio (soprattutto attraverso il CEIP, il Centro Estero per l'Internazionalizzazione) e l'ormai ex ICE forniscono informazioni sui paesi obiettivo e contatti con istituzioni, partner e professionisti, oltre a veri e propri servizi di accompagnamento in loco e studi di settore o marketing specifici per le singole aziende. Servizi che vengono considerati molto positivamente dagli imprenditori intervistati, soprattutto quelli che forniscono loro occasioni di incontro e contatti. “Per poter avviare un processo di investimento all'estero o anche solo per entrare in un mercato straniero come esportatore, infatti, i contatti sono tutto”, dice Andrea Verri, a.d. della DGC s.r.l., esportatore di caffé con base a Borgo Sesia, Vercelli. “Il ruolo dell'ICE come agevolatore, seppur non indispensabile, si è rivelato molto utile”, conferma anche Franco Angelo Fogliati della Selcorfood, azienda alimentare torinese con una filiale in Marocco. La partecipazione alle fiere o agli incontri collettivi, poi, è altrettanto efficace, soprattutto perché è difficile presentarsi ai partner come degli illustri “signor nessuno”. “Noi siamo arrivati in Turchia grazie all'esperienza di from concept to car, (un progetto promosso dalla Camera di Commercio di Torino e dal CEIP, volto a formare un cluster creativo e produttivo per l'internazionalizzazione delle aziende del settore automotive) presentati dalla Camera di Commercio torinese. Anche se quella esperienza non ci ha portato direttamente nessun contratto, è servita a farci conoscere dai possibili partner”, aggiunge Berkol. Certo, la scelta dei partner non è esente da rischi. Lo conferma Sonia Baldassarre, Business Promoter nel Desk Estero del CEIP: “E’ vero, ci sono capitati problemi con le aziende partner. Soprattutto casi di insoluto in Marocco, e di mancato rispetto dei diritti di proprietà intellettuale in Turchia. Ma non in misura superiore ad altre parti del mondo”.

Il servizio di informazione e collegamento potrebbe essere però ulteriormente implementato. È questa l'opinione di Giorgio Giani, architetto torinese con in ballo alcuni progetti edilizi in Marocco. “Le informazioni e i contatti fornitici dalla Camera di Commercio sono stati utili, senza dubbio. D'altra parte, si potrebbero creare canali più stabili con i vari ordini professionali, italiani e stranieri. Non parlo di liste o nominativi dei vari professionisti attivi in ogni stato, quanto piuttosto di reti stabili in grado di dare informazioni sulle normative, le abilitazioni professionali e, perché no, sui bandi di gara aperti che escono regolarmente. Sarebbe un servizio davvero ottimo”.

Aldilà delle possibili migliorie da apportare ai servizi informativi, il livello attuale dei vari istituti che lavorano per l'internazionalizzazione è in molti casi medio-alto. In considerazione degli intensi scambi commerciali già presenti, quindi, stupisce il basso livello degli investimenti diretti esteri. Se è vero che “generalmente gli imprenditori italiani investono poco all'estero”, come ricorda Sonia Baldassarre del CEIP, l'area mediterranea risulta comunque sottovalutata rispetto ad altre parti del mondo. Fra i vari possibili motivi, tutte le aziende ne sottolineano uno in particolare: le enormi difficoltà nell'accesso al credito. Meno gravi per chi non ha bisogno di grossi capitali iniziali (per esempio per l'apertura di uno studio o di un ufficio professionale), più significative per chi investe in impianti produttivi. Che sia soprattutto il credito locale a dare difficoltà lo confermano sia le aziende che le istituzioni.

A dar voce a tali problemi è Barbara Chiavarino che, nel suo ruolo di business development manager della CNA torinese, ha a che fare perlopiù con aziende artigiane micro e piccole: “E’ difficilissimo trovare forme di finanziamento nei paesi MENA. Gli istituti di credito in loco hanno tassi eccessivi e affidarsi al micro-credito è complesso, soprattutto per un'istituzione, perché non si sa in che mani si finisce”. Se è vero che, in parte, il problema del credito è generale e strettamente connesso con l'attuale situazione finanziaria globale, un maggior coordinamento fra istituzioni e istituti di credito può giovare all'attività delle aziende. Iniziative come quella del Mediterranean Partnership Fund (il “Fondo per la Partnership Mediterranea”), promosso su forte pressione dell'Italia e della PROMOS milanese, vogliono affrontare il problema dalla giusta prospettiva: creare uno strumento finanziario ad hoc per la regione che non si concentri sul finanziamento degli stati e dei governi, ma studiato direttamente per le singole imprese, in special modo quelle piccole e medie. I protocolli d'intesa per la creazione del fondo sono stati firmati lo scorso settembre da Massimo d'Aiuto (amministratore delegato di Simest), da Guido Rosa (vicepresidente dell'Abi) e da H. Fattouh (Segretario generale dell'Unione banche arabe), e il fondo dovrebbe diventare operativo nei prossimi mesi.

La dimensione culturale

Se i problemi finanziari sono in un certo senso strutturali, dipendenti cioè da complesse dinamiche internazionali e dal sistema creditizio dei paesi MENA, un altro fattore, denunciano le istituzioni, è interno al sistema industriale nazionale e alle sue relazioni con i paesi del sud del Mediterraneo, e ne investe la dimensione culturale.

Sotto un duplice aspetto: da una parte, infatti, i paesi MENA non godono di un'ottima fama fra gli imprenditori europei, e gli italiani non fanno eccezione. Il fenomeno è in parte legato all'immaginario collettivo, per cui questi paesi non sarebbero appetibili per gli affari. Anche nel business, a volte, si seguono le mode. “Veniamo regolarmente contattati da imprenditori che ci chiedono informazioni per internazionalizzare in Cina o India, paesi sulla cresta dell'onda in cui tutti investono. Magari senza che questo corrisponda al profilo specifico dell'azienda in questione”, racconta Chiara Farri dello SPRINT Piemonte, lo sportello regionale per l'Internazionalizzazione delle Imprese, che si occupa di mettere in relazione le istituzioni (ICE, Finpiemonte, Unioncamere) e gli istituti di credito (SIMEST) e assicurativi (SACE) con le aziende.

Anche l'immigrazione gioca un ruolo nella costruzione dell'immagine di un paese, veicolandone spesso una falsa o datata. “Imprenditori che hanno una certa immagine del Marocco come di un paese arretrato rimangono sorpresi nel constatarne la modernità e la professionalità in alcuni settori. A volte gli stessi imprenditori non sono attrezzati a riconoscerla, o ad affrontarla”, sottolinea Baldassarre del CEIP. Altre volte, invece, la conoscenza diretta di immigrati, magari assunti in un'azienda, può servire a mitigare gli stereotipi e instillare interesse nell'imprenditore, in particolare in aziende piccole o artigianali. Per favorire la conoscenza dei paesi in questione, ci sono i workshop, le serate paese, gli incontri o le sempre utilissime fiere. E sono in molti, sia fra gli interlocutori istituzionali sia fra quelli economici, a riconoscerne l'utilità per superare stereotipi e pregiudizi negativi.

Il primo passo

La scelta del paese giusto per dare l'avvio all'internazionalizzazione, quindi, è un processo difficile e costoso. Occorre ottenere informazioni sul paese più indicato, superare alcuni scogli culturali e linguistici per relazionarsi coi partner, avere contatti con le persone giuste. Spesso, però, il problema principale sta a monte, e l'ostacolo più grosso è fare il primo passo.

Organizzare serate paese può servire solo a patto che gli imprenditori vi partecipino – e questo vale, di fatto, per tutti gli altri tipi di servizi forniti dai vari operatori istituzionali e dalle associazioni di categoria. “L'imprenditore che viene a propormi qualcosa, o a informarsi sul processo di internazionalizzazione, infatti, è qualcuno che già ha un interesse a internazionalizzare”, spiega Barbara Chiavarino, CNA Torino.

La difficoltà è attirare tutti gli altri. Sono in molti a non superare una logica produttiva locale o nazionale. Allargare la platea dei potenziali investitori dovrebbe diventare la priorità di chi si occupa del benessere economico e sociale del nostro paese, come ha rilevato Bruno Ermolli, presidente di PROMOS, durante il convegno che sanciva la nascita del Centro Euro-mediterraneo per le MPMI e commentandone i risvolti politico-sociali: “Se raddoppiassimo il numero di aziende che internazionalizzano, avremmo un successo e tutta un’altra realtà rispetto a quella attuale, perché dove c’è sviluppo economico c’è anche sviluppo sociale”. Crescita degli investimenti all'estero, quindi, equivale a crescita dei posti di lavoro e della ricchezza in entrambi i paesi coinvolti, secondo Ermolli.

Strategie d'azione

Come realizzare questo allargamento, però, è difficile da teorizzare. In altri paesi europei, i vari ministeri o agenzie per lo sviluppo economico stanno sperimentando da tempo tecniche più “aggressive” per allargare lo spettro delle aziende attive all'estero. A Malta, per esempio, si è cercato di andare incontro alle imprese. Meno burocrazia, servizi più mirati e tarati sulle singole aziende e, soprattutto, la volontà di abbandonare le scrivanie per un po' di lavoro sul campo: per ottenere buoni risultati, sottolinea Marco Abela, a capo dell'ufficio per lo sviluppo della Malta Enterprise Corporation, occorre “sporcarsi le mani”. Una soluzione pensabile (almeno in teoria) in realtà più piccole, ben più difficile su scala nazionale, ma che le associazioni di categoria, ben radicate sul territorio e con conoscenza diretta delle esigenze dei loro associati, potrebbero tentare di applicare ai loro distretti.

L'offerta di pacchetti di servizi (allestimento del sito internet secondo standard internazionali, gestione della segreteria multilingue, traduzione dei contratti, partecipazioni collettive alle fiere, ecc.) già pronti all'uso potrebbe essere un modo per abbattere i costi e aumentare l'esposizione internazionale delle micro e piccole aziende senza un eccessivo dispendio di energie o di capitale umano. “Una proposta del genere farebbe la gioia di migliaia di artigiani e piccole aziende, della mia di sicuro”, conferma l’imprenditore vercellese Verri, che riflette da tempo sull'idea di creare questi “pacchetti”. Il vantaggio è che, se realizzati dalle istituzioni, tali pacchetti supererebbero una delle difficoltà maggiori del modello industriale italiano: la cronica incapacità di fare sistema. “Negli altri paesi, casi di reti di aziende che formino una massa critica competitiva sui mercati, sono molti diffusi - sostiene Berkol, presidente e CEO della Blue Engeneering. Penso alla Finlandia, ma non solo. In Italia, invece, esperienze come quelle dei technopark (distretti che raggruppano diversi spazi di ricerca con un chiaro interesse per il business, NdR.) sono ancora minoritarie e da rivedere”.

Toccherà anche alle aziende, soprattutto alle aziende, darsi da fare per guadagnare fette di mercato. E su questo sono tutti d'accordo.

A cura di Claudio Tocchi


[1]   Dati ICE riferite al 2009. http://actea.ice.it/ide.aspx

[2]   Fra gli altri, citiamo lo studio realizzato dalla Deutsche Bank nel 2010, Exports versus FDI revisited, e quello di

     Santi e Wisit Chaisrisawatsuk

      dell'università di Bangkok nel 2007, Imports, Exports and Foreign Direct Investments, Interactions and their Effects

[3]   Dati del Rapporto Annuale 2011 sulle relazioni economiche tra l’Italia e il Mediterraneo prodotto da SRM – Intesa San Paolo

[4]   Dati ISTAT

[5]   Dati ISTAT

[6]   Dati ICE (http://actea.ice.it)

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