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Diario dall'Egitto
21-04-2012 21 aprile 2012 - le tre vie (news n. 306)

Ieri, in piazza Tahrir, è di nuovo stata milioniya, con centinaia di migliaia di persone appartenenti un po' a tutti i gruppi politici, religiosi e rivoluzionari. Siamo dunque tornati alla situazione di circa un anno fa, con la piazza unita, che questa volta lotta contro il governo militare?... a cura di Elisa Ferrero.

Cari amici e amiche,

ieri, in piazza Tahrir, è di nuovo stata milioniya, con centinaia di migliaia di persone appartenenti un po' a tutti i gruppi politici, religiosi e rivoluzionari. Siamo dunque tornati alla situazione di circa un anno fa, con la piazza unita, che questa volta lotta contro il governo militare? In effetti, la richiesta comune a tutti questi gruppi, seppur con sfumature diverse, è stata appunto la fine del governo dei generali entro il 30 giugno 2012, come promesso. Nessuno vuole che tale governo si prolunghi oltre, pena lo scoppio di nuovi violenti tumulti. Tuttavia, non si può parlare di una piazza davvero unita. I tentativi di riconciliazione tra laici e islamisti ci sono stati, ma la diffidenza dei primi verso i secondi resta molto alta, perché sono in tanti a credere che i Fratelli Musulmani e i salafiti seguano solo il proprio interesse politico.

Dunque, fermo restando questo rifiuto comune di uno stato guidato dai militari, in piazza Tahrir ognuno ha gridato i propri slogan, da circa una decina di palchi diversi: chi ha chiesto l'abolizione dell'articolo 28 della Dichiarazione Costituzionale (che sancisce l'inappellabilità delle decisioni della Commissione Elettorale), chi il bando dalla politica degli elementi del vecchio regime, chi l'abolizione delle leggi di emergenza (l'eterna domanda), chi la formazione di una nuova Assemblea Costituente (richiesta dei laici ovviamente). E naturalmente non potevano mancare i sostenitori del salafita Hazem Abu Ismail, delusi per l'esclusione del loro candidato dalle elezioni presidenziali, i quali hanno spostato il loro sit-in in piazza Tahrir, dove continua tuttora. Hanno riempito la piazza di cartelloni con la faccia del loro pupillo, ormai trattato quasi come un santo, provocando scaramucce con altri manifestanti. A un certo punto, uno dei "palchi laici" si è trovato a gareggiare con il palco salafita: mentre il primo suonava musica rivoluzionaria, il secondo recitava il Corano. I Fratelli Musulmani, però, sono stati i più colpiti dai motteggi e dagli insulti. I loro supporters, trasportati come sempre in bus dalle province vicine, nel lasciare la piazza sono stati tempestati di fischi e "buuuhhh", finché nonsono spariti all'orizzonte (alle 16, puntuali come sempre).

Non si è vista molta unità, dunque. Almeno non per adesso. I Fratelli Musulmani, che sembrano attraversare un momento di crisi di credibilità, devono recuperare molto terreno. E non hanno nemmeno provato a governare, perché in realtà non hanno ancora ottenuto nessun reale potere. Sarebbe il momento di muoversi per i liberali, se fossero furbi.

Pertanto, sembra che la rivoluzione egiziana prosegua seguendo tre vie diverse: quella dei militari, che tende a cambiare il meno possibile, preferita anche dai nostalgici del vecchio regime o da chi vuole sicurezza subito; quella degli islamisti, che pare mirare alla conquista del potere, con l'intento di attuare solo moderati cambiamenti alla struttura del paese, senza provocare strappi nella società (una via riformista, si potrebbe dire, con l'aggiunta di una islamizzazione più o meno graduale, a seconda degli islamisti che si considerano); e quella dei laici rivoluzionari (liberali e sinistra, soprattutto giovani), che non si accontenta di niente di meno che della piena implementazione di un sistema democratico, con tutti i diritti e le libertà individuali che questo comporta.

Per ora, però, queste tre vie sembrano correre parallele, ma quella laica e quella islamista potrebbero ancora, se si ricostruisse la fiducia tra loro, trovare una base comune per meglio agire insieme. Tuttavia, il peso del recente passato è un ostacolo molto ingombrante.

Un caro saluto,

Elisa Ferrero

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